[ home page l english l italiano]    

Archivio Crispolti Arte Contemporanea Archivio Crispolti Biblioteca Fondo Francesco di Cocco Vetrine
INFO
Enrico Crispolti
Manuela Crescentini
Livia Crispolti
Info
Link utili
Newsletter
 
Cerca nel sito
 
Visitatore numero
 []
Giustina Prestento “Opus Intercodex”: il corpo come sintesi
a cura di Manuela Crescentini - testi di Elisa Rinaldi e Mirella Bentivoglio

L’opera dell’artista mitteleuropea esposta presso la Vetrina Ripetta 131 dal 5 al 31 marzo 2012. “E’ avvenuta un’identificazione di segno, suono e movimento corporale; di più: uno scambio”. Con queste parole la critica d’arte Mirella Bentivoglio ha descritto la produzione di Giustina Prestento, artista originaria di Gorizia, scomparsa nel 2008, a cui si riconosce il grande merito di aver anticipato il percorso di contaminazione che le tecniche e i diversi linguaggi artistici avrebbero intrapreso, e che va tuttora compiendosi nel terzo millennio. A quattro anni dalla sua scomparsa, l’Archivio Crispolti ospita presso la Vetrina Ripetta, situata sull’omonima strada al centro di Roma, una selezione di opere tra le più rappresentative della produzione dell’artista.

Allieva del futurista Tullio Crali, Giustina Prestento ha fatto del movimento, del suono, del gesto dinamico l’oggetto di una instancabile ricerca che inevitabilmente trova il suo compimento solo incrociando più linguaggi, o codici, comunicativi. Ne nasce un arte multidisciplinare, di cui sono una emblematica rappresentazione le “Immagini di Musica”, realizzate già nel 1979. Quadri nati dalla fusione tra suono e segno pittorico. Un work in progress che arriverà a coinvolgere anche il corpo umano. L’opera si realizzerà in tempo reale, in una dimensione “live”, grazie a delle danzatrici che interpreteranno le opere visive e il suono che le ispira, costruendo gli “Opus Intercodex”, composti da sequenze di “Living Pictures”, quadri viventi, espressione di un nuovo linguaggio globale, interdisciplinare, espressione unica di tre arti.

E’ questo incrocio di codici, linguaggi, forme, in cui arte e vita si confondono rompendo la convenzionale “parete”, che l’esposizione dell’Archivio Crispolti alla Vetrina Ripetta vuole riproporre. Un’occasione offerta al passante come all’intenditore di riscoprire l’opera di un’artista che ha anticipato la fusione di codici, tecniche, media, con una intuizione che oggi trova la sua conferma con la comunicazione multimediale di Internet e le tecnologie digitali.

Ma per capire la personalità e l’opera dell’artista è online il sito internet www.giustinaprestento.com


Testo di Elisa Rinaldi
L’ARTE TOTALE DI GIUSTINA PRESTENTO


L’interesse per la comunicazione umana è alla base del percorso artistico di Giustina Prestento, la sua attenzione si concentra sui modi di percezione e trasmissione dei diversi linguaggi dell’uomo, che nel processo di comprensione, instaura uno scambio dialettico tra il suo spazio interiore e lo spazio esterno. Dunque non è stata casuale la scelta di presentare una selezione dell’artista goriziana presso lo spazio espositivo, la Vetrina Ripetta dell’Archivio Crispolti. L’obiettivo è proprio quello di mettere in relazione la sua opera con il vissuto dello spazio urbano e il suo continuo movimento.
L’interesse della Prestento per il movimento è presente fin nei primi lavori pittorici, per lo più paesaggi, fortemente espressivi, caratterizzati da un tratto veloce che, nelle successive creazioni, darà forma a figure di donna, animali fino ad arrivare ad una serie di astratte spirali. Ma la sua ricerca verso una sintesi di più linguaggi presto ha il sopravvento ed è a Roma, negli anni Settanta, che la mitteleuropea Giustina, originaria di Gorizia, orienta il suo percorso artistico verso un linguaggio multidisciplinare, passando da una pittura “segnico-gestuale” ad una trascrizione grafica della musica, quelle che poi diventeranno le suggestive “Immagini di Musica”.
Emblematica di queste produzioni l’opera grafica “Circles”, scelta dall’Archivio Crispolti per ricordare Giustina Prestento. Una sintesi di suono e segno, nata dall’ascolto di un frammento dell’omonimo brano musicale di Luciano Berio e dalla successiva trasposizione, su carta, delle sensazioni percepite. I segni, impressi sulla superficie, vibrano riflettendo le emozioni dell’artista e il disegno finale, vivamente riconoscibile, risulta complesso e variato. Il suono, entrando in contatto con i sensi viene rielaborato soggettivamente e diventa codice di lettura per lo spettatore. La scelta dei colori è quella di un bianco e nero, in linea con l’educazione tecnico-architettonica che Giustina Prestento ha ricevuto nel periodo di studi all’Università di Venezia. Rigore nel disegno, netta separazione cromatica, multidimensionalità della struttura volumetrica sono i criteri guida che dirigono le composizioni dell’artista, proprio come accade nei progetti architettonici.
Il suo viaggio verso la sintesi si realizza pienamente però solo quando è il corpo umano ad entrare in scena, e nel vero senso del termine. L’attenzione che Giustina rivolge al movimento trova un nuovo elemento nella collaborazione con delle danzatrici. Grazie alla danza, alla gestualità corporea, il suo nuovo linguaggio artistico si può ben definire globale, sintesi di tre codici: segno, suono e gesto. Nasce l’Opus Intercodex, l’incrocio di più forme espressive, da qui il nome che identifica i nuovi lavori. Ogni Opus è formato da più frammenti, chiamati “Living Pictures”, quadri viventi animati da immagini dinamiche. E’ un miscuglio di ispirazione e tecnica: si parte dalla scelta, dall’ascolto e dalla trascrizione grafica di un frammento musicale. Le opere grafiche vengono riportate su diapositiva e nel corso della performance vengono proiettate sul corpo della danzatrice, intenta a interpretarle e animarle. Lo spazio è così occupato dalle tre espressioni del corpo, che diventa punto cardine, sintesi dell’intera composizione, ritmo che mima sia i suoni sia le immagini proiettate. Il risultato finale è quello di un’unica opera d’arte, dove il segno, il suono e il gesto vivono in un suggestivo equilibrio.
Ma Giustina, incontentabile amante dell’espressività e della comunicazione artistica, evolve le sue creazioni anche in altre forme: i visual sonori di “Ambientazioni”, l’improvvisazione dal vivo con musicisti “Dialogo”, i “Libri di Artista”, differenti dal tradizionale libro formato da pagine in successione, composto da pellicole trasparenti, fogli piegati a fisarmonica, plexiglass, foto, più idonei a raccontare il rapporto tra suono e segno. Uno di questi è “Circles”, rielaborazione del frammento musicale di Luciano Berio, scelto per l’esposizione della Vetrina Ripetta.
E se l’intero lavoro artistico di Giustina Prestento trova giustificazione nella vita stessa di ogni essere umano, perché è dal ritmo del nostro respirare, fatto di contrazione e espansione, che lei ha tratto l’incipit per entrare in sintonia con il mondo, allora non c’è modo migliore di ricordarla che mettere la sua opera in relazione con il mondo, la città, lo spazio urbano e i suoi abitanti.


Intervento della critica d’arte Mirella Bentivoglio, durante la presentazione del volume monografico “Giustina Prestento – Inter Codices”, all’Auditorium Parco della Musica, Roma, anno 2005. L’articolo è stato successivamente pubblicato nel libro “Giustina Prestento Inter Codices – Incontri con un libro”, Ed. De Luca Editori D’Arte.

“Come dice il titolo della sua monografia oggi qui presentata, Inter Codices, Giustina Prestento opera negli interstizi tra i confini di differenti linguaggi, stabilendovi inedite connessioni. Registra graficamente la propria risposta all’ascolto dei brani musicali, ne proietta il risultato su di uno schermo, e coreografa (ossia struttura e dirige) l’azione gestuale di una danzatrice che si muove dentro l’ombra dei segni proiettati. Successivamente in più casi espone accanto a queste sue, diciamo, fonografie, i documenti fotografici dell’azione coreutica, in tal modo arricchita anche cromaticamente dalla presenza di un corpo. Cade così ogni distinzione tra segno e spazio fisico. La scrittura abita lo spazio, può essere attraversata da un corpo umano. Questa artista insomma ha coinvolto un grande numero di tecniche. La musica, la scrittura, la danza, la fotografia. E’ indubbio che, al primo stadio, queste opere possano definirsi scritture. Che cos’è la scrittura occidentale, la scrittura alfabetica, se non registrazione di suoni? Suoni di vocali, suoni di consonanti. Con Giustina, in luogo di lettere, abbiamo suoni non alfabetici, suoni musicali ripresi al di fuori del loro codice di lettura; trascritti liberamente, dietro la guida creativa della sensibilità. Il gesto scrivente trasforma il suono in segno, coi suoi tempi larghi e stretti, i suoi timbri differenti, il suo salire e scendere dall’acuto al profondo, il suo svolgersi, il suo scoppiettare, srotolarsi, spartirsi. E poiché sono scritture, l’autrice ne ha, coerentemente, anche prodotto libri. Libri d’artista ovviamente, ma ha voluto indicare, anche con questa sua collaterale scelta operativa, la natura scrittoria delle sue fonografie. Uno di questi libri, riprodotto nella monografia qui presentata, porta il titolo stesso del brano di Luciano Berio che vi è interpretato graficamente, Circles, ossia “Circoli” e, in coerenza col titolo, è un libro-cartiglio che si sviluppa circolarmente. Quello di Giustina è un segno applicato al supporto con un filo immerso nell’acrilico, tenuto teso tra le due mani, posato rapidamente sulla carta e subito staccato. Le forme nascono così da linee, da fasci verticali di sottili impronte lineari accostate l’una all’altra, con tutta la casualità materica del filo che ve la ha portate. Questa trascrizione mediata avviene in un secondo tempo, partendo dai primi appunti da lei tracciati nel momento dell’ascolto. Appunti che fungono da brogliaccio, da minuta. Perché questa artista ha scelto che il suo segno nasca dal filo come il suono nasce da strumenti musicali che hanno fili, come le arpe. Così, anche nell’aspetto le sue fonografie conservano una reminescenza segreta della loro matrice sonora. E io penso che le solitarie esecuzioni grafiche di questa artista siano quasi dei concerti silenziosi, nel corso dei quali, in luogo di suono, il filo emette segno. L’intercodicità di Giustina Prestento è nei procedimenti un’invenzione sua, e in qualche modo si apparenta alla registrazione tecnologica del suono su nastri magnetici, ma con un radicale ritorno alla fisicità materica e corporale, sommata, nelle fasi ultime, ai diaframmi tecnologici, ossia: fotografia dell’opera grafica, proiezione delle diapositive così ottenute, diffusione simultanea del brano di musica prescelto, e infine, fotografie dell’azione coreutica, da esporre accanto all’opera grafica. Nella sua approfondita introduzione alla monografia, Crispolti spiega la trasformazione di questa artista da una precedente operatività unidisciplinare in seno alla pittura, a una ricerca che ha dato spazio alla molteplicità dei sensi. E osservando nella monografia le riproduzioni dei suoi dipinti precedenti alla sperimentazione intercodice, ci si rende conto di quanto questa sia il punto di arrivo di una continua ricerca di dinamizzare il segno. Perché quei dipinti erano rapidissimi gorghi, spirali, un vero maelstrom dell’immaginazione e del gesto. Ma soprattutto, la vocazione intercodice di Giustina ha radici che risalgono fino ai tempi della sua formazione accademica. Perché fu allieva di Crali, e in qualche modo ne assorbì lo spirito di trasgressività e indipendenza. Alcuni anni or sono, consultando i preziosi archivi di quello straordinario complesso museale che è il Getty Institute di Los Angeles, scoprii, e ancora non lo si sapeva, che Crali si era occupato (e dall’interno, con profondo coinvolgimento, perché a livello coreografico) di danza futurista. Non come scenografo, né sarebbe stato possibile, perché nel ’44, in piena guerra, le avventurose manifestazioni futuriste, a Gorizia, tre un bombardamento e l’altro, dovevano tenersi col minimo dispendio di mezzi. Si trattava di quel genere di danza futurista eseguita non su musica, ma sulla recitazione di brani di “parole in libertà”, una fuga dalla convenzione. E una forma spettacolare intima, performativa, aliena da ogni dispersività teatrale. Fu dunque danza sulla poesia, ossia, in un certo senso, sulla scrittura. L’allieva di Crali trovò in sé più tardi la propria vocazione a una più complessa e stratificata “transcodicità”, che in un certo senso partiva da quei primi modelli performativi, senza che lei ne avesse notizia. Vi è in tutto il lavoro dell’artista goriziana l’impronta dello sperimentalismo delle avanguardie storiche. Per concludere, non posso che invitare a sfogliare la monografia che viene oggi qui presentata, e che coinvolge i massimi protagonisti della composizione musicale del ventesimo secolo, Berio, Petrassi, Cage e molti altri, ma anche musiche del passato, in rivisitazioni che in modi diversi, ogni volta da corpi riesaminati, ci fanno scoprire le potenzialità iconiche del suono e la combinabilità di scrittura e azione coreutica. Un citazionismo e un simultaneismo che riguardano momenti diversi della storia della cultura, e una peregrinazione tra codici che dimostra la forza suscitatrice delle tecniche di innesto. Quelle che stanno caratterizzando il ventunesimo secolo. Opere di secondo grado. Opere fondate su opere, e linguaggi ibridati su linguaggi. Una forma di globalizzazione nel campo dell’estetica”.

5/3/2012