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A futuristica memoria: occhio ai parvenu e alle patacche
di Enrico Crispolti
Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2001
Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2001
Aveva certamente ragione Alberto Asor Rosa nel ricordare alcuni mesi fa in “la Repubblica” (21 dicembre 2006) che il Futurismo ormai da molti decenni è stato sdoganato sia culturalmente, nella valutazione di tutti i suoi aspetti, sia rispetto alle contingenze politiche (dal giolittismo all’interventismo, al fascismo “rivoluzionario” e poi al regime) in dialettico rapporto, di antagonismo e poi di distinzione, con le quali nel tempo si è ulteriormente affermato e sviluppato (per quanto mi riguarda la questione della rilevanza anche del “secondo” Futurismo, fra le due guerre la ho posta nel 1958 in “Notizie”, la piccola rivista torinese diretta con Luciano Pistoi). Inquietano tuttavia i rischi che il Futurismo correrà nel 2009, quelli piuttosto allarmanti che già si profilano in vista delle disparatamente pullulanti celebrazioni in occasione del centenario della “fondazione” marinettiana. Rischi certamente molteplici, i più evidenti dei quali sono almeno quattro. Il primo è che, ignorando sciaguratamente mezzo secolo di ricerche storico-critiche avanzate, sviluppatesi non soltanto in Italia ma sulla scena internazionale, con mentalità riduttivamente “pitturocentrica” e “boccionicentrica” (come tante volte nei decenni trascorsi mi è capitato di sottolineare) si ritorni alla concezione di un Futurismo ritenuto concluso con la morte di Boccioni, appunto, e di Sant’Elia (1916). E tanto più che nell’attuale chiacchiericcio delle contrapposizioni politiche nostrane sembra profilarsi anche una nefasta quantomeno sottintesa semplicistica considerazione di un “prima” come meramente libertario, e dunque positivo, e di un “dopo” come colluso con il Fascismo, e dunque meramente negativo. Ma tornare a considerare il Futurismo esaurito a metà degli anni Dieci significa non comprenderne la reale riconosciuta portata complessiva e l’effettiva incontestabile storicità rispetto all’avanguardia internazionale, entro la quale il movimento opera propulsivamente per ben più tempo che neanche dieci anni. Il secondo rischio è che si ignori l’evidenza di quella che, nella sua lunga vicenda evolutiva di ricerca, è riconosciuta come un’originalità fondamentale del Futurismo, rispetto alle avanguardie europee coeve. Vale a dire la sua fondamentale caratterizzante volontà di “ricostruzione futurista dell’universo”, cioè di ogni ambito ambientale quanto oggettuale del vissuto (affermatasi in particolare negli anni Venti). Considerazione peraltro fondamentale per un corretto apprezzamento del Futurismo non ridotto alla peraltro straordinaria vicenda creativa nei primi anni Dieci dei firmatari definitivi dei manifesti della pittura, nel 1910. Il terzo è che, oggi che pullulano esperti più o meno improvvisati, parvenus infondati giacché non autori di effettivi apporti di conoscenza storico-critica ma nel miglior dei casi di iniziative di mera divulgazione, spesso assai sommaria, non ci si sappia adeguatamente difendere dall’invasione di opere falsificate, impunemente ormai proposte anche in mostre pubbliche, fra sedi museali e iniziative occasionali (un esempio clamoroso: alla fine dello scorso anno una veramente ingiuriosa orripilante mostra dedicata al Futurismo ha avuto luogo a Latina, patrocinata da Regione, Provincia, Comune, Guardia di Finanza, nonché Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ospitata addirittura nella sede del Comando della Guardia di Finanza, il famoso palazzo M). Oppure impunemente in questi ultimi anni ormai proposte in aste anche fra le maggiori, nazionali e internazionali (l’intutelato Balla ne costituisce attualmente forse la vittima più cospicua e certo la più illustre). Ciò che si chiede oggi, sul terreno di una ricerca storico-critica seria non meno che su quello di un serio collezionismo e dunque anche di un mercato qualificato, sono le certezze che soltanto un argine forte (come esiste per l’opera di Fontana, per esempio), caso per caso può offrire. Non certo un’amnistia assolutoria, un condono all’italiana, che sancisca di fatto la confusione e le collusioni attuali, a vantaggio di pochi lucratori screditanti. La finora inadeguata affermazione dei valori autentici del Futurismo sulla scena e sul mercato internazionali, le difficoltà che una tale del tutto plausibile affermazione spesso incontra, dipendono da scarsità di fondate certezze, certo congiunta a quella che subito appare una pochezza complessiva del nostro disunito mercato d’arte. E tuttavia vi concorrono anche i forti balzelli di vincoli, di fatto di efficacia di tutela soltanto nominale, che dal nostro paese tarpano pericolosamente le possibilità di circolazione internazionale delle opere, a fronte di un’incapacità, conoscitiva quanto progettuale, dello Stato di acquisirle in base a certezze d’autenticità e di effettivo valore culturale e storico (a quando una radicale riforma nel senso di efficienza per le acquisizioni, preferenziali tuttavia soltanto su piano concorrenziale, ma anche nel senso di liberalizzazione di ciò che essenziale invece non è, come accade altrove in Europa, in Germania, per esempio?). Il quarto rischio è quello della latitanza d’una iniziativa forte, unitaria, governativa o ministeriale, eventualmente delegata (per esempio alla Quadriennale romana, benché sembri già in difficoltà per ricordare i futuristi presenti nelle sue edizioni fra anni Trenta e primi Quaranta), se non proprio per un “comitato scientifico” progettuale (essendo ormai troppo tardi, come accadde per il cinquantenario della morte di Marinetti nel 1994, in governo di centro-destra) almeno per istituire un quadro informativo unitario rispetto alle svariate iniziative, grandi o minori, nazionali e internazionali, autonomamente già avviate o che a breve si avvieranno. Non si è stati infatti capaci di essere protagonisti nell’immaginare una grande manifestazione che celebrasse quello che risulta essere l’unico movimento artistico italiano veramente primario sulla scena artistica mondiale nel XX secolo. Come del resto è accaduto l’anno scorso nel caso del Mantenga, celebrativamente spartito in tre mostre quantomeno sconcertanti (la più accettabile è sembrata quella padovana). Si sia almeno capaci (a livello di Presidenza del Consiglio? di Ministero per i Beni Culturali?) di recuperare un’iniziativa informativa unitaria sulle iniziative, con una campagna stampa, nazionale e internazionale (il che offrirebbe prospettive di ricadute anche sul piano turistico). Si aiutino pubblicamente serie imprese editoriali rivolte a valorizzare il Futurismo (certamente più durature e utili, meno dispendiose, pur se ovviamente non in alternativa, rispetto a mostre per lo più invece dispendiosissime: quale iniziativa espositiva in questi decenni ha avuto, per esempio, l’impatto nazionale e internazionale degli eroici Archivi del Futurismo (1958-1962), che sarebbe opportuno riproporre rinnovati in altra impostazione, di grande complessivo strumento di conoscenza e di esemplificazione qualificata.

da: "Il Giornale dell'Arte", n. 266, Torino giugno 2007, pag. 38.


1/9/2007