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Roberto Almagno
a cura di Manuela Crescentini testo di Lucia Presilla
Nere soglie di vento
Nere soglie di vento
Dove portavano, quali messaggi
Accennavano, lievi?
Non tanto banali quei segni.
(V. Sereni)

Linee si librano nell’aria, in ascesa, risucchiate da un’energia che elide la gravità. Una parte rimane a terra, in procinto di essere a sua volta tratta a sé dall’alto.
Nell’installazione ideata da Roberto Almagno per la “Vetrina” Ripetta 131, “puri fonemi spaziali” si rincorrono lievi, privi di peso, avvolti dal vuoto e in colloquio con esso. L’autore si serve dello spazio come di un foglio di carta, dove tracciare contorni e profili, andamenti sinuosi e impennamenti improvvisi. Disegna nell’aria, con inchiostro indelebile. Afferra il vuoto e lo costringe a misurarsi con il segno, lo interpella e fa sì che alla fine si debba ad esso la costruzione del tutto. Rimbalza un’eco lontana dei dinamici vuoti che assottigliano da ogni lato le filiformi sculture di Giacometti. Solo che qui il vuoto non prevarica, si pone in dialogo, interagisce senza scarnificare, e di rimando l’opera rinuncia ad occuparlo volumetricamente, a comprimerlo con il suo peso. E’ una scultura tratteggiata in bianco e nero, schizzata come di getto, aerea senza essere inconsistente, fermata per sempre in un equilibrio inverosimile. Nastri che volteggiano come scalini in bilico gli uni sugli altri, percorrendo rotte ascensionali, saettanti tra suolo e cosmo. Ad impossibilia nemo tenetur: nessuno, verrebbe da chiosare la massima latina, eccetto Almagno, che si misura quotidianamente con l’impossibile, anzi, che ha designato con esso la sua meta. Far diventare la scultura aria.
Perché di scultura si tratta, è fuor di dubbio, ma la severità cromatica - che si attesta da sempre su di un dantesco “color bruno/ che non è nero ancora, e ‘l bianco more” -, la secchezza grafica delle forme, la propensione per indicazioni spaziali allungate e affilate, per spessori sottili, perfino talvolta la presenza di cornici che sono tutt’uno con il proprio contenuto, confondono le acque e pongono questi lavori sulla soglia del disegno, tra vocazione bidimensionale e incursioni nella profondità spaziale. Un’ambiguità fra scrittura e figura, dove il segno è consistente, autoportante, e il corpo lieve, etereo.
La leggerezza è di fatto precisata, determinata, resa concreta dalla nettezza del segno, che non ammette nebulosità o incertezze. Tutto è limpido nella mente di Almagno, la forma si compie inesorabilmente attraverso il susseguirsi di gesti accurati, ai quali non fa velo l’urgenza espressiva. Il lunghissimo procedimento che precede questi legni di color fosco, dalle superfici scrupolosamente polite, monde di ogni imperfezione, nei quali la materia è trasfigurata, messa a nudo, scavata e manipolata per rivelarne il nucleo compatto, è cammino alimentato dai tempi della meditazione, della concentrazione. Il metodo seguito da Almagno è riassunto esemplarmente da Calvino nelle sue "Lezioni americane", incarnato dalla coppia Vulcano-Mercurio: affinché il dio con le ali ai piedi possa compiere le sue evoluzioni, è necessaria l’applicazione fabrile, la “focalità” del suo complementare, il dio chiuso nella fucina a costruire senza sosta oggetti, armi, ornamenti. Fuor di metafora, per giungere alla naturalezza della forma, alla semplicità del linguaggio occorre intraprendere percorsi tortuosi e sovente faticosi, far decantare i pensieri, liberarli dalle contingenze, sfrondarli d’ogni zavorra. Ogni opera dello scultore nato ad Aquino è infatti “un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti e meticolosi”, una qualità che già Calvino indicava come essenziale all’arte, un valore da conservare e traghettare nel terzo millennio. Così all’alacrità operosa della pratica quotidiana con i rami raccolti nel bosco - scortecciati, bagnati, curvati e messi in tensione con la fiamma, trattati con le raspe per regolarne i perimetri, scartavetrati fino alla nudità, imbevuti di essenze colorate e infine montati in esili, sospese strutture – si accompagna in Almagno una tensione vivida, una messa a fuoco continua dell’obiettivo da raggiungere, non supportata da schemi progettuali o bozzetti preparatori, bensì dal guizzo illuminante dell’intuizione, dalla capacità di fissarla mentalmente serbandone il primo calore. Egli stesso dà ragguagli intorno a tale procedura, affermando di avvalersi delle tecniche meditative per non intaccare, nel non piccolo intervallo di tempo che la realizzazione di ciascun lavoro esige, l’idea originaria. Un’idea che tende incessantemente ad emulare e riproporre, per via astratta, la fluida naturalezza di quei boschi da cui lo scultore attinge il suo elemento prediletto, il legno, alchemicamente trasformato al fine di “arrivare a un solo segno, lavorare su un solo segno”.

Lucia Presilla

14/1/2008

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