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Complessità urbana e nuove progettualità
di Manuela Crescentini
F. Somaini, Sfinge di Manhattan, 1974
F. Somaini, Sfinge di Manhattan, 1974
In riferimento al ruolo delle arti nelle città, tema costante delle segnalazioni della “Vetrina” Ripetta 131, l'Archivio ripropone qui l'introduzione alla terza giornata di studi, da lui curata, del convegno IO ARTE-NOI CITTÀ. NATURA E CULTURA DELLO SPAZIO URBANO (MACRO, Roma, 23-25 novembre 2004. Le prime due giornate erano rispettivamente a cura di Patrizia Ferri e Daniela Fonti)

COMPLESSITÀ URBANA E NUOVE PROGETTUALITÀ
relazione introduttiva di Manuela Crescentini

L’assalto dell’architettura
La sessione è dedicata allo studio di modelli d’intervento nello spazio urbano che vedano all’origine della progettazione la presenza delle arti, in questo caso s’intende prevalentemente delle arti figurative, ma non soltanto. Avremo infatti, fra gli altri, l’intervento di un compositore. Lo spazio urbano di cui vogliamo occuparci, soprattutto quello dei grandi centri, si presenta però complesso, problematico, contraddittorio, e per questo di difficile gestione. D’altro canto la complessità costituisce in sé una caratteristica qualitativa del sistema. Produce funzioni e processi sempre nuovi e fra loro interagenti che richiedono commisurati continui aggiustamenti dell’ordine strutturale preesistente entro il quale si legittimavano. Una forma di complessità recente del sistema, che ne cambia significativamente l’economia e le regole convenzionali di riferimento, è rappresentata dalla “Grande Rete Mondiale”: Internet, e dall’aumento del grado di globalizzazione che ne deriva sotto specie di macro-sistema operativo. È questa una nuova forma d’organizzazione planetaria che mentre modifica alla radice i meccanismi di comunicazione, produzione e distribuzione, induce al cambiamento la stessa configurazione urbana, ne modifica il corpo, e si proietta in modo del tutto inaspettato su categorie del contemporaneo finora ritenute estranee al problema, come ad esempio immagine e virtualità, e le salda, chiamando in causa l’arte nella sua veste più propriamente pubblica e sociale, quella urbana, l’architettura, a cui assegna il compito di rappresentarla in quanto logica operativa dominante e di sistema. Logica operativa appunto, meccanismo neutro ed eteronomo, tecnologia e non ancora “vissuto”, anche se tale potrebbe apparire proprio in quanto principio di realtà virtuale. Così, se al macro-sistema, alla globalizzazione, erano finora mancate le sembianze fisiche riconoscibili da esibire e ammirare, finalmente le ha trovate nella stupefacenza dell’architettura internazionale che conquista le città del mondo. In Europa lo si vede, ad esempio, a Berlino, Parigi, Londra, Bilbao, dove l’arte urbana, sotto forma di architettura-scultura, eclatante, clamorosa, costituisce, ormai da diversi anni, uno degli strumenti più efficaci di visibilità delle nuove élites mondiali. Lo si vede meno nelle città italiane, dove quelle élites sono forse meno potenti; e poiché esiste una gerarchia, esiste anche una diversa capacità autorappresentativa delle forze egemoni medesime.

Spazi di libertà
Per quanto ci riguarda, sappiamo che da un punto di vista logico a problemi di sistema si risponde con soluzioni di sistema strutturalmente ordinate. Soluzioni disarticolate e settoriali risulterebbero infatti dannose, inutili oppure divagatorie. Inserirebbero nel sistema dato un elemento di disordine che lo indurrebbe all’entropia, alla decadenza, al dissipamento delle proprie energie. In certo modo lo predisporrebbero ad essere inglobato in sistemi più razionalmente organizzati. Sulla scia di simili considerazioni, il tema che la sessione propone è il seguente: micro-sistemi locali ordinati strutturalmente, possono coesistere e soprattutto resistere alla pressione del macro-sistema dominante espresso dalla globalizzazione, conquistando spazi di libertà? Oppure questa è semplicemente un’astratta utopia? Noi evidentemente pensiamo di si! La realtà stessa lo richiede: la questione riguarda semmai il perché e il come. Di questo spero parleremo oggi, tuttavia con un’avvertenza preliminare che costituisce per noi un discrimine culturale fondante (il perché): l’uomo vero, quello che si rispecchia nella coscienza che ha acquisito di se stesso e del mondo, si forma da sé con arte, pone la propria soggettività di fronte all’oggettività della natura e da questa si distingue in virtù dell’arte espressa in tutte le sue forme, riducendo a sé la tecnica. Pertanto la sessione sostiene che le arti diano forma culturalmente formata all’ambiente; che concorrano alla sua figurabilità mentale ma anche propriamente fisica, che chiariscano la leggibilità delle funzioni e dei percorsi che nell’ambiente si svolgono, che dunque diano visibilità alle differenti forme di egemonia che vi si esprimono. E sostiene anche che dell’ambiente le arti costituiscano l’identità antropologico-culturale, la coscienza, e pertanto siano elemento d’equilibrio nel processo di globalizzazione, poiché intervengono nel “pendolo” che dal locale al globale regola il respiro tra soggettività e oggettività, un tema ancora irrisolto che la realtà rilancia oggi clamorosamente, sfruttando di nuovo la metafora architettonica. In questo senso si potrebbe anzi sostenere che proprio ove la risposta locale alla pressione globale si formi da sé con arte, là risiedano anche la maggiore libertà e la maggiore forza del micro-sistema locale rispetto al macro-sistema globale, e dunque là risieda la maggiore forza di riequilibrio del sistema stesso. Certo l’arte in quanto tale, non s’identifica a priori né con il micro né con il macro sistema, può evidentemente corrispondere ad ambedue. Il problema riguarda piuttosto il posizionamento di committenti e artisti, la loro consapevolezza ed il contesto politico-culturale entro il quale essi si collocano.

Mutazioni genetiche della città
In parallelo ai mutamenti del sistema, le città hanno subito progressivamente profonde trasformazioni. In particolare da insediamento urbano capitalistico-borghese, detentore di funzioni produttive localizzate, sono diventate insediamento consumistico-alienato, destinato al consumo di quanto prodotto altrove. Il fatto ha comportato conseguenze apprezzabili anche sotto il profilo della configurazione urbana e urbanistica. Tuttavia, quanto qui interessa evidenziare riguarda piuttosto la nuova forma d’isolamento che nelle città vivono i “monumenti”, cui corrisponde un’analoga forma d’isolamento e alienazione da parte di cittadini e artisti. Ma anche evidenziare la perdita di memoria o la distorsione e sottovalutazione della storia dei siti urbani, peraltro annunciata dalla parallela perdita di capacità formativa delle istituzioni impegnate in tale compito; e quindi infine evidenziare cosa tutto ciò voglia dire. Di questi problemi ho avuto diretta percezione in occasione del concorso d’idee per la sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, da me curato, insieme a Enrico Crispolti e Paola Rossi, nel 2001, e del quale Prospettive Edizioni, di Roma, ha pubblicato i materiali nel 2003. La tentazione all’autorefenzialità emersa qua e là dai progetti, generosamente offerti dagli artisti e architetti partecipanti al concorso, costituisce un rischio costante che alimenta il grado d’entropia e di disordine strutturale dei luoghi, anziché contrastarlo. In effetti, l’autorefenzialità dell’atto artistico, rintracciabile nell’isolamento o separatezza sostanziale dell’opera dal vissuto e dalla memoria del luogo nel quale interviene, appare particolarmente funzionale alla logica della globalizzazione, la sostiene anzi attraverso la propria arbitrarietà, divenendone al tempo stesso simulacro e veicolo di propaganda. Se da un lato dunque si avverte la necessità di elaborare micro-sistemi locali d’intervento urbano che siano opportunamente referenziali, dall’altro vanno però evitate modalità operative all’apparenza innocue che sono invece controproducenti, delle quali abbiamo qui individuato almeno tre caratteri tipici riconoscibili (il come): autoreferenzialità isolamento perdita di memoria. La logica sistemica cui questi caratteri fanno riferimento non lavora affatto per l’uomo ma a prescindere dall’uomo. Progressivamente anzi lo espropria delle sue facoltà, lo consegna a meccanismi automatici di cui infine egli non ha più il comando. E se questa logica vincesse, allora prenderebbe corpo un’inquietante metafora già avanzata da Stanley Kubrick nel 1968 in uno dei suoi film capolavoro, 2001: Odissea nello spazio. Vale a dire: nella sfida tra l’uomo e la macchina può esserci un solo vincitore. Nel caso di Kubrick era l’uomo. Per noi la partita è ancora aperta.

Cosa fare assieme?
Alla luce di queste riflessioni e della constatazione di come la realtà sopravanzi l’immaginazione imponendo il cambiamento, ci rivolgiamo agli amministratori pubblici e agli artisti qui presenti con tre considerazioni finali di cui spero oggi parleremo. La prima riguarda il tema centrale della committenza pubblica qualificata, rispetto al quale, da specialisti di settore, vorremmo esprimere un disagio ormai storico e, per quanto possibile, contribuire ad un piccolo avanzamento verso una soluzione. La seconda coinvolge il tema della formazione qualificata dei nostri artisti, progettisti e delle nostre maestranze, che riteniamo sia stato danneggiato, all’inizio del secolo scorso, dalla separazione delle accademie di belle arti dalle scuole d’architettura, con il risultato che anziché agevolare la collaborazione sistemica fra le arti, si è viceversa alimentata la loro estraneità. Il problema sembrerebbe ricomporsi ora nella riforma universitaria attraverso i crediti formativi, ma le cose non è detto stiano proprio così . La terza coinvolge infine il ruolo di noi tutti in quanto cittadini: un ruolo spesso privo di voce, come purtroppo ha dimostrato il caso Ara Pacis, a Roma. E anche di questo, spero, parleremo. Infine una constatazione oggettiva: il nostro Paese, per complessità di cultura e per varietà di situazioni territoriali esistenti, si presta particolarmente ad accogliere micro-sperimentazioni di sistema a forte identità locale. Sperimentiamo dunque di più assieme: committenti, operatori, destinatari. E facciamolo partendo dai piccoli centri e dalle periferie. Va in ogni caso ribadito che il punto qualificante di questa riflessione non sta, come potrebbe sembrare, nell’immaginare strategie d’intervento urbano entro cui rilanciare, sic et simpliciter, un rapporto da tempo in crisi come quello tra progettisti e artisti. Sta, viceversa, nel voler interpretare, da un lato, il bisogno storico di cambiamento che viene dalle città e mette in mora una politica-spettacolo che non trova soluzioni di sistema; dall’altro nell’intendere la portata strategica delle arti nel processo d’individuazione dei caratteri profondi del cambiamento in atto, nella loro capacità d’interpretarli e renderli visibili.

18/3/2008

Arman, per Operazione Arcevia 1974-75
Arman, per Operazione Arcevia 1974-75

César per Operazione Arcevia 1974-75
César per Operazione Arcevia 1974-75

Operazione Arcevia 1974-75
Operazione Arcevia 1974-75

Campo del Sole, Tuoro sul Trasimeno 1988-89
Campo del Sole, Tuoro sul Trasimeno 1988-89

G. Mauri, Albero dei cento nodi, Lodi 1992
G. Mauri, Albero dei cento nodi, Lodi 1992

K. Kuetani, Colle della Speranza, Setoda-cho Hiroshima 1993-2000
K. Kuetani, Colle della Speranza, Setoda-cho Hiroshima 1993-2000