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Carlo Bernardini nella Vetrina 130
a cura di Enrico Crispolti

La "Vetrina" Ripetta 130 propone un video dedicato al lavoro dell'artista Carlo Bernardini.


Segue il testo di Enrico Crispolti
Le condizioni implicite nel lavoro strutturale luminoso di Bernardini

Un’introduzione ad un lavoro indubbiamente assai singolare, certamente originale sulla scena attuale della ricerca, quale quello di Carlo Bernardini comporta di affrontare subito alcune questioni caratterizzanti. La prima delle quali credo sia il presupposto stacco che corre fra una pratica della fibra ottica, che costituisce il medium luminoso strutturale che ha adottato in questi primi anni 2000, e la tradizione moderna dell’uso del neon, quale in particolare Lucio Fontana, all’esordio dei Cinquanta del secolo scorso, ha portato a dimensione di possibilità segnica-luminosa spaziale. L’uso della fibra ottica infatti non costituisce certamente uno sviluppo diretto, una conseguenza mediale dell’utilizzo del neon, e in certo modo dunque ne prescinde attualmente dall’eredità specifica, salvo attestarsi come ulteriore e nuovo capitolo di possibilità operativa del segno-luce nel contesto ambientale: dalla dimensione dell’opera-ambiente a quella dell’ambiente esterno, cioè del contesto urbano. Sostanzialmente credo si possa dire che se il neon offre modalità di scrittura luminosa corsiva, la fibra ottica offra invece prospettive di strutturalità grafica luminosa. E se il neon si propone certo in una propria fisicità quasi materia di luce, è sì tuttavia anche mentale, come nel caso del libero grafismo spaziale di Fontana, negli anni Cinquanta e nuovamente all’esordio dei Sessanta, o della corsività di proposizioni luminose di un Bruce Nauman, o della stessa corposa strutturalità di un Dan Flavin, o della scrittura luminosa alla quale ha fatto ricorso complementare “povero” ma fortemente significante un Mario Merz, nei Sessanta e Settanta, o della scrittura strutturata cromaticamente variopinta praticata da un Maurizio Nannucci, fra Ottanta e Novanta e Duemila. Ma mentale lo è mantenendo una dimensione di consistenza di corpo, di volume segnico di luce, fisicamente appunto percepibile, apprezzabile. Invece la fibra ottica, come avviene nei “luminosistemi” allestiti da Bernardini, nei luminosamente configurati suoi “spazi permeabili”, si costituisce in una ascetica essenzialità che, direi, desensibilizza il segno grafico-luminoso rioffrendolo in un riscontro sì percettivo ma sostanzialmente mentale; deprivato cioè di sensitiva materiosità luminosa: quasi altro, rispetto a questa. Dunque praticare la fibra ottica non è come praticare il neon, né tale impiego appunto discende da quello, a quello si connette, se non nei termini d’altra tappa in una vicenda della conversione in essenzialità di segno luminoso dell’impianto grafico spaziale d’implicito dialogo ambientale, al termine d’un percorso sia, estensivamente, di configurazione di un intervento di capacità ambientale, sia, compattamente, di costituzione di una presenza plastica, spazialmente aperta, penetrata. Certamente la scelta del mezzo consegue ad una necessità d’impostazione di una costruzione comunicativa. E se Bernardini usa la fibra ottica anziché il neon, è in ragione d’una sua almeno implicita volontà di costruzione spaziale strutturale in termini di grafia di luce, capace di ordire la trama appunto costruttiva di prospettive geometriche complesse (tuttavia di presupposta ascendenza più di tradizione euclidea che non di un’arrischiata esasperazione frattalica). La seconda questione da affrontare, introducendo al lavoro di Bernardini, è infatti quella di rendersi conto dell’orientamento costruttivo strutturale di commisurazioni dello spazio che i suoi lavori propongono. La non corsività ma al contrario la rettilinearità del segno luminoso che mette in opera, crea trame strutturali luminose le cui triangolazioni vengono a porre, perciò traformandone l’apparenza conformativo-percettiva, un’alternativa di percezione strutturale entro gli ambienti dati (chiusi o aperti, che siano). C’è un presupposto loico nel suo lavoro, benché l’esito risolutivo appaia connotato da un particolarissimo accento lirico, direi di stupefazione lirica. Paradossalmente la sua ipotesi di lavoro risulta sperimentalmente deduttiva, in quanto risolve in trama strutturale luminosa, capace di ordire nel contesto ambientale, una dimensione percettiva virtuale alternativa, un’istanza di altro ordine, più complesso, più orientato, più dinamicamente significante. Ma di ordine appunto, e non di impennata immaginativa ipotetica aperta, di sondaggio euristico della e nella spazialità. Bernardini parte da una ipotesi di possibilità dinamicamente ordinativa, di costruzione di una ipotesi di modificazione nella determinazione d’un percorso di strutturazione d’una volumetria virtuale. Agisce infatti a dimensione ambientale in costruzioni di trame strutturali luminose che offrono eventualità diverse di ordinamento dinamico dello spazio, in altre angolazioni, direi anzi in altre triangolazioni e prospettive. Attraverso quel nuovo ordine strutturale dinamico Bernardini opera una spettacolarizzazione di altre possibili e praticabili virtualità spaziali, d’una diversa possibile condizione della spazialità ambientale; disegnandole acutamente quanto sottilmente nello spazio dato attraverso un rettilineo segno-luce. Costruisce così entità formali spaziali virtuali nuove; costruisce infatti ulteriori possibili condizioni ambientali alternative sia in interno, come nella XX Triennale di Milano, nel 2002, o nel Museo Passo Imperiale, a Rio de Janeiro, o nel 2003 in Spazio Como; sia in esterno, come a Reggio Emilia, nei Chiostri di San Domenico, nel 1999, o come a Padova, di fronte al Palazzo della Ragione, nel 2000; e tali entità formali spaziali tramuta appunto in costruzione plastica virtuale configurata da trame lineari luminose ordine nello spazio. Nel suo lavoro si aprono così due prospettive operative, in ambedue le quali Bernardini si è impegnato in questi ultimi anni. La prima appunto una possibilità, di volta in volta, di costituzione ambientale nuova, divergendo e trasformando la statica apprensione dello spazio ambientale dato attraverso l’inserimento sottilmente perentorio di una struttura virtuale lineare luminosa, intimamente dinamica nei rimandi delle proprie interne molteplici triangolazioni prospettiche; direi del percorso complesso del proprio interno racconto di commisurazioni geometriche spaziali. Attraverso la quale struttura virtuale lineare luminosa si aprono evidentemente anche possibilità nuove di presenza collaborativa con l’ambito specifico della progettualità architettonica, in un possibile rimpiazzamento di coordinate spaziali ambientali, più dinamiche, più problematiche, anche più interrogative, pur entro la loro capacità assertiva. Sono appunto trame in spazi esterni, a costruirvi nuove eventualità strutturali virtuali. La seconda, una pratica nuova di installazioni plastiche, di sculture luminose, pure di fondamentale riscontro ambientale. E la rappresentano le sue singolari “scultureinstallazioni”, che si pongono nello spazio come entità strutturali rigorose, ove spesso un elemento metallico evidentemente altrettanto rettilineo gioca un ruolo strettamente dialogico con trame strutturali luminose, risolte appunto in tese fibre ottiche. Se la trama strutturale lineare luminosa ambientale tende a costruire una diversità ambientale in atto, la struttura plastica delle sue “scultureinstallazioni” circoscrive all’ interno di queste una microsituazione ambientale virtuale costituita appunto dalle componenti strutturali, sia luminose, sia di trama metallica. E in quest’ambito, a suo modo, Bernardini porta ulteriormente avanti il discorso, essenziale per un aspetto della ricerca sviluppata originalmente in particolare dalla plastica del secondo Novecento e oltre, di una liberazione della progettualità plastica dalle tradizionali condizioni in particolare di ponderalità volumetrica (partecipata peraltro pionieristicamente dallo stesso Fontana già in un momento della sua ricerca negli anni Trenta; e altrimenti, già allora, anche da Alexander Calder). Operando infatti Bernardini in termini di permeabilità e dunque di dialettica spaziale ravvicinata; costruendo trame lineari spaziali, anziché volumetrie plastiche. Che rapporto corre, nel quadro dei suoi “luminosistemi”, fra le costruzioni virtuali luminose ambientali e le sue “scultureinstallazioni”? Certamente, credo, queste ultime non si svilupperanno in senso oggettuale quanto appunto in senso installativo: e non potrebbero allora diventare, persino a livello ambientale urbano, qualcosa come grandi strutture ambientali? Intendo dire, un po’ come ne aveva immaginate negli anni Cinquanta, a Parigi, un Nicolas Schoeffer, in termini di costruzioni formali fortemente strutturate ma la cui vita era affidata proprio ad una dinamica proiettiva luminosa; progettando esiti di forte presenza nello sky-line urbano. E’ un interrogativo che il lavoro attuale di Bernardini lascia proficuamente aperto.

1/4/2008