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Sauro Cardinali
a cura di Manuela Crescentini testo di Manuela Pacella

Quando il SOGNO COMINCIA AD ESPELLERE IL SUO SOGNATORE
Cosciente o meno l’artista è colui che indica la strada - o una delle possibili strade - è colui che prevede, che a volte emoziona per l’umiltà dei suoi enunciati. Se la contemporaneità riconosca agli artisti tale ruolo o se e dove siano questi ‘profeti’ non è certo questa la sede adatta per discuterne ma è una buona occasione per parlare dell’ultima opera dell’umbro Sauro Cardinali.

Se in questa città, Roma, la capitale, con le sue cupole e i suoi tramonti, con la sua indolenza e la sua giovialità, Cardinali ha avuto occasione di insegnare (docente del corso di incisione presso l’Accademia di Belle Arti) e vivere per circa un quinquennio tra il 1988 e il 1993, è a questa città che ora si rivolge mettendosi in mostra, anzi ‘in vetrina’ e facendone il fulcro di una nuova opera e il simbolo di un messaggio fortemente sentito. L’artista ha operato però da lontano, dove risiede, nel suo studio paradisiaco a Spina, in provincia di Perugia, dove i suoi fiori, il suo verde e la campagna che lo circondano gli aprono continuamente le porte per nuove riflessioni, nutrendo la costanza e il metodo del suo lavorare quotidiano.

Il messaggio è chiaro perché è scritto a lettere rosse sul vetro, in bilico tra lo spazio del viandante e quello claustrofico della vetrina crispoltiana adibita ad arte, ed è Cardinali ad enunciarlo: “QUANDO IL SOGNO COMINCIA AD ESPELLERE IL SUO SOGNATORE”. Sul fondo della vetrina di via di Ripetta 131 si trova, invece, una strana immagine, costruita a partire dalla realtà, da Roma, come la vedono i turisti nelle mappe, come la si vede dal satellite, ma è confusa, è intrecciata, è continuamente un riflesso di se stessa, è una mappa che non guida, che non porta da nessuna parte.

Tra il vetro e il fondale, nel diaframma che divide la strada dalla cultura, il corpo dalla mente, c’è una rocambolesca costruzione in traballante equilibrio, una “superfetazione” festosa che denuncia l’intento di Cardinali di restituirci l’immagine – come dice lui stesso - di “una città che implode su se stessa”.
Sembra di sentire l’eco delle parole scritte da Natalia Ginzburg sul “Corriere della Sera” nel 1977 a proposito di un film più volte citato da Cardinali nel parlare di quest’opera, il Satyricon di Fellini: “Poi quei vicoli neri si fanno brulicanti di folla: strana fauna cenciosa e multiforme, ognuno ha un volto strano e memorabile, una pinguedine elefantesca o una gracilità di insetto. In che epoca siamo? non importa; sappiamo subito che non importa, e che però si tratta di un'epoca nuova a noi e ignota alla nostra immaginazione”.

L’opera nasce dalla volontà dell’artista di far mostra di una “precarietà festosa”, di “costituire un paesaggio”, un paesaggio mentale, sognante, reale, decadente, indolente, il paesaggio della nostra contemporaneità.

Manuela Pacella


Recensioni:



La Repubblica

di Carlo Alberto Bucci, Cardinali, sogno di Roma quando l'arte è in vetrina, 24/05/2008, Roma, pag. XIX.
allegato scansionato


19/5/2008

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M. Pacella e S. Cardinali
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