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Ripensiamo i rapporti delle arti con l’architettura
di Manuela Crescentini

Dall’autunno 1998, con la rassegna Fare spazio, immaginata assieme agli artisti Sauro Cardinali e Angelo Casciello, negli spazi della Libreria del Manifesto, animati allora da Ivano Di Cerbo, nella sede di via Tomacelli a Roma, mi occupo più da vicino di una tematica forte dell’arte contemporanea, peraltro già affrontata, a partire dall’inizio degli anni Settanta, dall’Archivio Crispolti. Mi riferisco al complesso dei rapporti che le arti intessono con l’architettura e la città, e che Enrico Crispolti, nella sua militanza critica, indaga dall’inizio degli anni Settanta, prima grazie alle sollecitazioni dello scultore Francesco Somaini, nell’elaborazione, a quattro mani, del libro "Urgenza nella città" (Mazzotta, Milano, 1972), poi alle proposte utopiche dell’architetto Ico Parisi, passando per le riflessioni socialmente impegnate dello scultore Mino Trafeli, puntualmente documentate nel catalogo di “Volterra 73” (Centro DI, Firenze, 1974).
Un discorso mai concluso, che prosegue tuttoggi aggiornandosi progressivamente, fino alla collaborazione con l’Assessore all’Urbanistica di Roma, Roberto Morassut, in occasione della Delibera di Giunta Comunale n. 150, del 5 aprile 2006, dedicata alla “Progettazione di opere pubbliche ed applicazione della legge 29 luglio 1949 n. 717 e s.m.i.”
D’altro canto, nel 1998, lo stesso contesto culturale di fine millennio favoriva modi diversi d’intervento artistico a livello ambientale, soprattutto sembrava aprirsi a nuove modalità di progettazione integrata dello spazio urbano. Tutto avveniva nel pieno boom delle grandi committenze pubbliche e in parallelo all’affermarsi del cosiddetto archistar-system, inteso come perfetta espressione estetica della New Economy, ovvero del nuovo capitalismo globale.

In questo clima, sempre più cittadini hanno intuito come la qualità della vita sia da mettere in relazione alla qualità dell’ambiente; il che vuol dire includere nello scenario del vissuto quotidiano la qualità visiva e funzionale dello spazio, soprattutto pubblico, ma certamente anche privato.
E molti di loro hanno anche intuito come per ottenere questo sia necessario creare, soprattutto a livello pubblico, le condizioni favorevoli al formarsi di una nuova committenza di qualità, altrettanto che di una nuova classe di progettisti di qualità, di maestranze di qualità e fruitori di qualità, in grado di trasformare i dati ambientali in comune esperienza formativa. Al tempo stesso è aumentata la consapevolezza che il livello della qualità ambientale, frutto del rapporto tra l’architettura, la funzione e l’arte, che ne esalta l’identità, sia direttamente proporzionale al livello della committenza. Più la committenza è alta e vigile, più alta è la qualità, la tenuta e il gradimento del risultato.

Su questi temi, negli ultimi decenni, si sono tenuti autorevoli incontri e approfondimenti, a cominciare da un importante convegno, dal titolo La Committenza difficile, organizzato da Enrico Crispolti, Vittorio Fagone e Luciana Zingarelli, nell’ambito delle attività collaterali dell’Expoarte di Bari, nel marzo 1980.
Manca invece, che io sappia, un’adeguata analisi del problema sul piano pubblico. Manca la volontà da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali di interpretare il bisogno di unità delle arti che esprime l’estetica contemporanea.
Si deve risalire al 1936, quando, dal 25 al 31 ottobre, la Reale Accademia d’Italia - Fondazione Alessandro Volta, presieduta da Guglielmo Marconi, aveva incentrato il VI Convegno Volta su questioni che concernono maggiormente l’Urbe, nel suo aspetto monumentale e nella tradizione storica e artistica, che data millenni (aveva sostenuto l’allora Governatore di Roma, Giuseppe Bottai, nel suo saluto inaugurale in Campidoglio), cioè sui Rapporti dell’architettura con le Arti Figurative.
A quel Convegno erano stati invitati 24 rappresentanti stranieri, tra i quali: Denis Maurice, Le Corbusier, André Lhote, Henri Matisse, Ivan Mestrovic, Leo Planiscig; e 39 italiani tra i quali: Massimo Bontempelli, Armando Brasini, Pietro Canonica, Carlo Carrà, Felice Carena, Enrico Del Debbio, Ferruccio Ferrazzi, Gustavo Giovannoni, Antonio Maraini, Filippo Tommaso Marinetti, Pietro Mascagni, Giovanni Muzio, Ugo Ojetti, Cipriano Efisio Oppo, Giuseppe Pagano, Roberto Papini, Alessandro Pavolini, Marcello Piacentini, Giò Ponti, Pietro Portaluppi, Romano Romanelli, Gino Severini, Mario Sironi, Ardengo Soffici ed Ettore Tito.

Non sarebbe popolare e opportuno, per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, riprendere, almeno a simile livello, il discorso interrotto settanta anni fa tentandone un’attualizzazione?

4/9/2008