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Futurismo oggi
di Enrico Crispolti
<i>Ricostruzione Futurista dell'Universo</i>, a cura di Enrico Crispolti, Torino Mole Antonelliana, giugno-ottobre 1980
Ricostruzione Futurista dell'Universo, a cura di Enrico Crispolti, Torino Mole Antonelliana, giugno-ottobre 1980
Difficile poter dire che in questo anno del centenario del “manifesto di fondazione” del Futurismo non si sia entrati in modo del tutto inadeguato, decisamente sottotono, con molto disordine, molta approssimazione e improvvisazione.
Ancora una volta si è infatti persa l’occasione per una grande iniziativa unitaria di consistenza e supporto nazionale ma di portata internazionale. Proprio come accaduto del resto qualche anno fa per Mantenga (ora celebrato degnamente nella splendida mostra al Louvre).
Si susseguono lungo la penisola mostre futuriste anche dispendiose di cui si fatica a comprendere il senso e che si segnalano più per immotivazione, equivoci, assenze, presenza spesso di opere marginali, dubbie, quanto non clamorosi falsi.
Ci si arrabatta a mettere insieme più iniziative differenti, ciascuna di identità problematica poco comprensibile (come accade e si programma a Milano; dove peraltro mesi fa in una inadeguata retrospettiva di Balla proponeva, fra numerosi capolavori, alcuni clamorosi falsi), o si ospita quale evento saliente la inadeguata mostra parigina, al Pompidou, di confronti relativi meramente all’esordio futurista sulla scena dell’avanguardia internazionale (fra breve a Roma nelle Scuderie del Quirinale).
Mentre a fronte d’un ricorrente chiacchiericcio espositivo non circolano nuove iniziative di ricerca, non si propongono avanzamenti di conoscenza sulle complessità d’ambiti d’attività creativa praticati nella prospettiva di una “ricostruzione futurista dell’universo” (titolo del manifesto di Balla e Depero del 1915). Non si approfondiscono aspetti di personalità maggiori, non personalità minori, non realtà territoriali locali, regionali (perché il Futurismo italiano, se nacque a Milano e si affermò subito anche a Roma e a Firenze, fra secondi anni Dieci e soprattutto Venti e Trenta, ebbe una diffusione peninsulare e insulare, costituendo un riferimento di “modernità”: così per Guttuso o Sassu o Munari giovani).

Perché accade?
A suo tempo, l’ampiezza di risposta di pubblico e di attenzione giornalistica e critica per la grande mostra Futurismo 1909-1944 riassuntiva di tutti i tempi e aspetti di ricerca del maggior movimento artistico italiano del XX secolo (che ho organizzata nel 2001 a Roma in Palazzo delle Esposizioni, in collaborazione con lo Sprengel Museum di Hannover), la ho interpretata come indizio del fatto che, nell’immaginario collettivo, il Futurismo rappresentasse ormai la visione dinamica tipica del “moderno”, proprio come ben oltre la metà del secolo lo rappresentasse ancora invece, nella sua dimensione d’immediatezza percettiva, l’ “Impressionismo”.
E forse la spiegazione del carattere ripetitivo e di povertà di contenuti nuovi, di disordine quando non di improvvisazione che caratterizzano le iniziative del centenario, è proprio nel fatto che il dominante chiacchiericcio attuale (oggi che internet può dare l’impressione di diventare facilmente esperti dei più diversi argomenti) si sia agevolmente insinuato in un vuoto corrispondente a una fase quantomeno di forte rarefazione se non di stanca di iniziative nuove di ricerca e di apporti storico-critici registratosi in questo Duemila.
Intendo rispetto al fervore di contributi che a partire dal lavoro di studiosi italiani, ma non in questo esaurendosi, hanno costituito i capisaldi fondativi e l’articolazione di una innovativa storiografia del Futurismo (fra arti figurative e architettura, grafica e pubblicità, letteratura e spettacolo, moda e comportamento, comunicazione e persino politica).
Non a caso la tentazione ricorrente, nelle iniziative attuali, è di disaggregare quella che è stata storicamente l’unità dialettica del movimento. Di disaggregarla rispetto alla distensione temporale della sua molteplice attività, che irrefutabilmente, in una evoluzione dialogante con momenti delle avanguardie europee, corre dalla fondazione, appunto nel febbraio 1909, ad opera di F:T. Marinetti, leader carismatico sostanzialmente indiscusso (più di quanto non lo sia stato Breton per il Surrealismo), alla morte del medesimo nel dicembre 1944.
Con il risultato di tornare a una concezione storiografica vecchia di almeno cinquant’anni fa, quando il Futurismo era considerato soltanto come pittura e questa riferita a Boccioni, la cui morte nel 1916 – quando peraltro scompare anche il più importante architetto futurista, Sant’Elia -, sembrava suggellare una conclusione dell’ esperienza.

Ecco dunque, come accaduto a Parigi al Pompidou, che si ritenga ancora possibile ridurre una presentazione del Futurismo al 1912. E altrimenti di disaggregare il movimento rispetto al ventaglio d’attività creative molteplici (che spesso interessavano una medesima personalità, come Balla o Depero o Prampolini) di una possibile “ricostruzione futurista dell’universo”, ignorando di queste il carattere complementare in un’intenzione di un coinvolgimento innovativo del vissuto quotidiano (secondo il principio futurista “arte-vita”).
D’altra parte manca una riflessione sulla molteplicità di sollecitazioni di matrice futurista (dalla visione dinamica della città, all’architettura, sia “high-tec”, sia d’espressività plastica, all’ambientazione e l’“environment”, dal comportamento e lo “happening”, dalla moda alla pubblicità) alla fenomenologia della ricerca plastico-visiva contemporanea, sulla scena artistica internazionale ma anzitutto su quella italiana, della metà del XX secolo.
Per quest’ultima un’eredità piuttosto inesplorata, malgrado nessi avvertibili in particolare nel lavoro di Fontana come di Vedova, di Mannucci, di Mastroianni come di Somaini, di Garelli, del giovane Trubbiani come di Romagnoni, fra pittura e scultura, ma altrimenti di Piano, di Nicoletti, Superstudio, Archizoom, Loris Rossi, in architettura, di Cappucci, di Ferré, di Versace, nella moda, di Testa, Carboni, nella pubblicità. Per fare qualche esempio.
Tuttavia il 2009, se ripropone un’attenzione sul Futurismo, certamente non ne conclude un’ulteriore conoscenza e approfondimento di quello che resta il maggior apporto italiano alla cultura artistica contemporanea. Il varo del progetto pluriennale di Nuovi Archivi del Futurismo patrocinati dalla Quadriennale di Roma (come i famosi primi fra 1958 e 1962), e programmati dal medesimo editore, va in questa senso.
Come intanto il volume appena pubblicato I futuristi e le Quadriennali, Electa, Milano.


Enrico Crispolti
in L'Unità, 27 gennaio 2009, pag. 38-39.


Toscana & Futurismo "L'evoluzione contiana che aprì il '900", domenica 15 febbraio 2009 allegato scansionato

Toscana & Futurismo "Le stagioni del Futurismo toscano", venerdì 20 febbraio 2009 allegato scansionato

6/2/2009