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L’espansione economica in atto un po’ ovunque comporta certamente un’idea nuova di città, e dunque anche la necessità di ripensare come intervenire positivamente sulla configurazione della sua immagine, anche a Roma. E credo che la Deliberazione n. 150 della Giunta Comunale romana, Promozione dell’arte nella realizzazione di opere pubbliche e nei programmi urbanistici attuativi, assunta nella seduta del 5 aprile 2006 (assieme a i due allegati che la corredano), contribuisca realmente ad aprire a un momento nuovo di consapevolezza teorico-operativa sull’opportunità e possibilità di un rapporto artisti-città, con valenza ovviamente non soltanto romana ma certo con la possibilità di costituire un “modello romano” di comportamento amministrativo, di ricaduta non soltanto nazionale. Esattamente in quanto la “deliberazione” s’impegna nella direzione di una estensione dell’applicabilità della famosa legge del 2%, del 1942 (n. 839/42), di ben nota matrice bottaiana, riproposta dalla n. 717, 1949, con le connesse successive modificazioni (della quale si è parlato nel precedente fascicolo di “Terzocchio”). Ne considera infatti le possibilità d’utilizzo di risorse non soltanto relativamente a singoli edifici ma ad “opere pubbliche”, implicandole esplicitamente nei “programmi urbanistici attuativi”, nell’intenzione di “valorizzare al massimo il ruolo delle arti come esperienze multidisciplinari da affiancare alle attività comunali, sperimentando procedure innovative”. A monte della “Deliberazione n. 150” c’è il lavoro - al quale questa peraltro direttamente si è riferita - di una apposita Commissione composta da funzionari comunali ed esperti esterni, costituita dal Servizio Complesso Programmi Complessi del Dipartimento VI per mandato della Giunta Comunale (4 maggio 2005) su proposta dell’Assessore alle Politiche della Programmazione e Pianificazione del Territorio, Roberto Morassut, esattamente con il compito di “una rilettura critica della legge n. 717/49 e ss.mm.ii. mirata alla definizione di possibili sviluppi applicativi ed innovativi”; nominata con determinazione n. 243, 22 marzo 2006, del Dirigente del Servizio, Giampiero Coletti. Ancora più a monte è l’esperienza delle proficue, assai vivaci, tre giornate di confronto e studio di esperienze e problematiche di rapporto fra arte e contesto urbano io arte > noi città. Natura e cultura dello spazio urbano, che hanno avuto luogo a Roma, nel Macro, nel novembre 2004, a cura di Patrizia Ferri, Daniela Fonti, Manuela Crescentini; supportate dall’allora MIUR. Nella giornata conclusiva delle quali, ideata in forma propositiva e problematicamente interrogativa piuttosto che retrospettivamente informativa, si era avuto un significativo intervento dello stesso Murassut su “qualità urbana e architettonica” (atti pubblicati da Gangemi Editore, Roma, nel 2006). Tre anni prima, nel marzo 2001, ad una riproposizione della necessità di uno stretto rapporto progettuale fra architetti e artisti, in una comune responsabilizzazione sulla configurazione dell’immagine della città, avevano sollecitato una mostra e un dibattito, in Palazzo delle Esposizioni, su Arte Architettura Città. Forum e progetti e altro. 38 proposte per la sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, a cura della stessa Crescentini, di Paola Rossi, e mia (dibattito riproposto a porte chiuse in giugno, nel Macro, con la Sovraintendenza Comunale ai Beni Culturali di Roma, di concerto con la Commissione Scientifica incaricata dalla Sovraintendenza medesima di studiare il bando internazionale di concorso per la sistemazione di piazza Augusto Imperatore; catalogo e atti: Prospettive Edizioni, Roma, 2002). Ma un remotissimo significativo precedente di prima riflessione sulle problematiche del rapporto fra committenza pubblica e operatività artistica è certamente da riconoscersi nel convegno La committenza difficile. Enti pubblici e arte contemporanea, tenutosi a Bari nel lontano 1980, nell’ambito di Expoarte, per iniziativa di Vittorio Fagone, Luciana Zingarelli e mia, quando si era agli albori della fortuna degli Assessorati alla Cultura. In particolare due rilevanti principi mi sembra si affermino attraverso la “deliberazione” di giunta comunale romana dello scorso anno (che apre anche a possibilità di esperienze sul piano della formazione attraverso un apposito protocollo d’intesa fra Assessorato e l’allora MIUR). Il primo è appunto l’intenzione di sperimentare un’applicabilità della legge del 2% al di là della misura del singolo edificio, considerando più largamente l’ambito dell’edificato, fino dunque alle infrastrutture implicite nelle prospettive di programmi urbanistici attuativi, come anche di macroristrutturazioni viarie (caso di ampliamento e risistemazione della via Tiburtina oltre Rebibbia, attualmente in progetto). Il secondo è la sollecitazione ad una maggiore, ottimale, precocità del rapporto architetto-artista al fine di un’effettiva inerenza a livello progettuale dell’apporto di quest’ultimo, responsabilizzandolo più su possibilità di collaborazione a interpretazioni di occasioni anche funzionali che su impegni meramente aggiuntivi, decorativi. Le prospettive dunque si allargano di molto. Non interessa infatti tanto l’apposizione di opere d’arte immobili in edifici conclusi, altrettanto di come non interessa tanto la semplice collocazione di opere d’arte nel contesto urbano (soddisfazione che lascio volentieri ai cultori di un’arte che con ciò si crede d’intenzione “pubblica”), interessa invece la responsabilizzazione immaginativa professionale degli artisti, anzitutto naturalmente plastico-visivi, nella riprogettazione della qualità dell’immagine urbana, cioè del luogo del vivibile quotidiano. Di qui dunque la prospettiva di una complessità di problematica che scavalca il 2%, pur dunque includendolo (altrettanto di come include parallelamente possibilità di iniziative private o di connessione sinergica fra pubblico e privato), connettendosi alla questione della qualità architettonica (e plastico-visiva) urbana, e della sua capacità di simbolizzazione funzionalmente condivisa, evocativa e realmente rappresentativa. E dunque interessando il più vasto ambito della costruttività edilizia ambientale, in una prospettiva di consapevolezza che qualità dell’immagine e della consistenza plastico-visiva dell’oggetto altrettanto che del contesto architettonico, è fattore di valenza non soltanto di memoria e benessere culturale e psicofisico, e dunque di possibile identità, ma come tale anche di valore economico aggiunto.
Enrico Crispolti

Da: “Terzocchio”, a. XXXIII, n. 2, Roma, aprile-giugno 2007

6/9/2007