Francesco Di Cocco – Catalogo Ragionato – Edizioni Nazionali

by livia

Edizione Nazionale, Catalogo ragionato dell’opera
di Francesco Di Cocco

l’Edizione è realizzata grazie al contributo concesso dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della cultura

Il Ministero della Cultura ha istituito e insediato con Decreto Ministeriale del 11 marzo 2025, n. 65, l’Edizione Nazionale  dell’Opera di Francesco Di Cocco, per la realizzazione del Catalogo Generale Ragionato dell’opera dell’artista.  Il Decreto prevede il riconoscimento ministeriale dell’Edizione Nazionale per i prossimi cinque anni.

Si tratta di un importante obiettivo raggiunto grazie al lavoro svolto negli scorsi anni dall’Associazione Archivio Enrico Crispolti APS che conserva l’intero Fondo archivistico di Francesco Di Cocco. In seguito all’istituzione dell’Edizione Nazionale, si è costituita una Commissione scientifica composta da: Emily Braun Distinguished Professor di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Hunter College e il Graduate Center della City University di New York; Sergio Cortesini Prof. Associato di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Pisa; Rachele Ferrario Prof.ssa di Prima Fascia di Fenomenologia delle Arti Contemporanee presso l’Accademia di Belle Arti di Brera; Ilaria Schiaffini Prof.ssa Associata di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.

La Commissione scientifica ha eletto la Prof.ssa Manuela Crescentini in qualità di Presidente e il Dott. Rodolfo Raspani in qualità di Segretario tesoriere dell’Edizione Nazionale dell’Opera di Francesco Di Cocco.

Il Catalogo Generale Ragionato dell’opera di Francesco di Cocco è curato dal Prof. Raffaele Bedarida in collaborazione con l’Archivio Enrico Crispolti APS.

L’attestato del Ministero della Cultura – Decreto

Progetto:

Il progetto Catalogo ragionato dell’opera di Francesco Di Cocco è il primo studio sistematico dell’intero arco produttivo dell’artista, che attraversa alcuni dei movimenti cruciali del Novecento – dal Futurismo alla Scuola Romana, dall’Informale al Minimalismo – ma sempre in modo autonomo e anomalo. Il lavoro di Di Cocco (1900-1989) si confronta con mezzi espressivi diversi come la pittura, scultura, cinema, fotografia, costumi di scena e arti applicate, trovando sbocco nelle principali esposizioni nazionali e internazionali come la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma e le Esposizioni Universali di Parigi, Bruxelles e New York. È probabilmente l’unico pittore italiano che già dagli anni Venti ha anche un’intensa attività di regista e sceneggiatore cinematografico sperimentale. Di Cocco disegna tessuti e progetta oggetti di design ma anche si specializza nella pittura murale e nella decorazione di piroscafi. Allo stesso tempo lavora fianco a fianco con artisti del calibro di Scipione, Arturo Martini o Capogrossi a Roma tra le due guerre, e Franz Kline o Willelm De Kooning a New York nel secondo dopoguerra. Sebbene si trovi spesso coinvolto in vicende comunemente considerate nodali nella narrazione più canonica dell’arte del ventesimo secolo, Di Cocco è stato una figura centrifuga e radicalmente nomade sia in senso letterale che metaforico: viaggiando, scomparendo dalla scena per lunghi periodi, boicottando i tentativi di classificare o storicizzare il suo lavoro, arrivando a distruggere alcune delle proprie opere più riconosciute, e infine compiendo il gesto più estremo del suicidio alla soglia dei novanta anni. La sua quasi totale assenza dalle narrazioni storico artistiche è in parte conseguenza della sua strategia, ma diventa a posteriori strumento critico attraverso cui interrogare i criteri, le scorciatoie e i punti ciechi della disciplina.

Il progetto si pone dunque come principali obiettivi quello di approfondire la conoscenza di un artista assai complesso e ancora poco noto, e, conseguentemente, di promuoverne la riscoperta, la valorizzazione e la diffusione nazionale e internazionale. I lavori pittorici di Di Cocco sono conservati in importanti collezioni italiane ed estere, pubbliche e private come, ad esempio, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAMC), la Galleria d’Arte Moderna e il Museo della Scuola Romana a Roma, il Santa Barbara Museum of Art in California e il De Young Museum di San Francisco negli Stati Uniti; nelle collezioni Ovidio Jacorossi a Roma e degli eredi Castelnuovo Tedesco in varie località degli Stati Uniti. Raramente esposte, queste opere spesso giacciono nei depositi, rimanendo sconosciute tanto agli addetti ai lavori quanto al pubblico. Pertanto, una mappatura completa dell’opera di Di Cocco ed una ricostruzione meticolosa della sua vicenda biografica e intellettuale significano non solo approfondire e riempire grosse lacune nella conoscenza della vicenda individuale dell’artista, ma anche mettere in nuova luce gli ambienti culturali, gli scambi e i contatti da lui vissuti: con i futuristi F. T. Marinetti, Giacomo Balla e Anton Giulio Bragaglia, con i quali entrò in contatto a partire dal 1917; le attività de “la Terza saletta” del Caffè Aragno e della Scuola Romana; i rapporti con Emanuele Cavalli e Giuseppe Capogrossi, con i quali espose a Roma nel 1927 e contemporaneamente con Arturo Martini, con il quale condivise lo studio a Villa Strohl-Fern; gli scambi culturali tra Roma e Parigi, in particolare nel contesto creato intorno alla contessa Castellazzi-Bovy negli anni Venti; gli studi alla Biblioteca di Storia dell’arte di Palazzo Venezia insieme a Scipione e Mario Mafai; la Prima Mostra del Sindacato Laziale Fascista degli Artisti, presso il Palazzo delle Esposizioni, che gli attirò l’attenzione di Roberto Longhi; gli scambi artistici tra Italia e Stati Uniti tramite le mostre internazionali della Quadriennale e le iniziative della Comet Gallery; i contatti con il mecenate e architetto Gustavo Pulitzer-Finali; le attività per l’Ente Nazionale per l’Artigianato e la Piccola Industria (ENAPI) con il quale collaborò tra gli anni Trenta e Quaranta; gli ambienti dei Surrealisti e dei Neoromantici in esilio in California; gli atelier degli Espressionisti astratti tra la 10th Street di Manhattan e East Hempton; fino agli anni romani, tra il 1970 e la sua morte, vissuti ai margini del mondo dell’arte e della società borghese.

Stato degli studi:

Nel periodo tra le due guerre il lavoro di Francesco Di Cocco è stato sostenuto e studiato in Italia da critici autorevoli, tra cui Roberto Longhi, Cipriano Efisio Oppo, Corrado Pavolini, Margherita Sarfatti e Virgilio Guzzi; ed è stato apprezzato da intellettuali prominenti come i musicisti Mario Castelnuovo Tedesco e Franco Casavola o come i letterati Emilio Cecchi e Luigi Pirandello. Questo è il periodo meglio documentato e studiato retrospettivamente a partire dagli anni Settanta, ma manca uno studio sistematico dell’intera produzione, così come una valutazione storico critica del lavoro alla luce degli studi recenti sull’arte del Ventennio e, soprattutto, sugli scambi artistici e la diplomazia culturale tra Italia e Stati Uniti: è necessario svolgere uno studio più approfondito sull’attività espositiva, sul collezionismo e sulla ricezione dell’artista in America. Tornato in Italia alla fine degli anni Sessanta, la sua opera è stata studiata da Maurizio Calvesi, Lara Vinca Masini, Enrico Crispolti e Fabio Benzi, che per primi hanno affrontato il suo percorso dagli esordi al presente con uno sguardo storico e retrospettivo, ma che deve essere ulteriormente espanso alla luce dei molti documenti ancora inediti. Alcune tesi di Laurea affidate, tra gli altri, a Cristiana Perrella (1988) e a Livia Spano (2005) hanno avviato questo lavoro di spoglio, che deve però essere ripreso e completato. I libri di Giorgio Di Genova, Storia dell’arte italiana del ‘900. Generazione Maestri Storici (1986) e di Fabio Benzi, Eccentricità: rivisitazioni sull’arte contemporanea (2004), così come la mostra curata da Antonello Negri, Anni Trenta. Arti in Italia oltre il fascismo (2012) e da Crispolti, Dal simbolismo all’astrazione. Il primo Novecento a Roma nella collezione Jacorossi (2017), hanno collocato Di Cocco nel più ampio panorama del primo Novecento, ma senza l’attenzione specifica di uno studio monografico. Se gli studi sugli scambi artistici e sulla diplomazia culturale tra Italia e Stati Uniti è molto cresciuta negli ultimi venti anni grazie agli studi di Francesco Tedeschi, Sergio Cortesini, Raffaele Bedarida e Davide Colombo, il percorso di Di Cocco esce dalle traiettorie storiografiche esplorate fino ad oggi ed è quindi rimasto marginale anche in questo ambito di ricerca. Il cinema di Di Cocco ha ricevuto attenzione monografica da parte di Mario Verdone, che tra fine anni Ottanta e primi Novanta ha dedicato alcuni saggi ai film dell’artista: per quanto importanti, si tratta di brevi studi che gettano le basi per ulteriori approfondimenti, ma che certamente non esauriscono l’argomento. Rassegne più ampie hanno inserito i film di Di Cocco in prospettive storiche di respiro nazionale, come gli studi pioneristici di Ettore Margadonna negli anni Cinquanta e soprattutto di Gian Piero Brunetta nei Settanta, segnalandolo tra gli antesignani del Neorealismo. Più recente è il suo inserimento nella tradizione del cinema d’artista: nei festival Giornate Internazionali di Cinema d’Artista (Firenze, 1979) e Festival Internacional del Cine d’art (Barcellona, 1987); nel volume di Giovanni Lista, Il cinema futurista (2010), e nella mostra Lo sguardo espanso. Cinema d’artista italiano in mostra 1912-2012 (Catanzaro, 2012). Tuttavia rimane ancora inesplorato il nesso tra storia del cinema prima di Cinecittà e il cinema d’artista prima che questo fenomeno ricevesse attenzione istituzionale e storiografica negli anni Sessanta. Inoltre Il ritrovamento, presso l’Archivio Enrico Crispolti, di molti materiali inediti relativi ai film di Di Cocco (sceneggiature, corrispondenza e film) promettono di aprire nuove prospettive di studio. Anche l’attività di Di Cocco nell’ambito delle arti applicate ha ricevuto attenzione sporadica: negli studi di Roberto Badas e Paola Frattani, 50 anni di arte decorativa e di artigianato in Italia. L’ENAPI dal 1925 al 1975 (1976), e in quelli di Matteo Fochessati, Gianni Franzone e Silvia Barisione, La trama dell’arte. Arte e design nella produzione della MITA (2016) e Made in Italy. MITA textile design 1926-1976 (2018). Manca tuttavia uno studio che faccia da raccordo tra questi vari livelli, indagandoli insieme in una prospettiva storico critica e con sguardo trans-nazionale.

Associazione Archivio Enrico Crispolti Arte Contemporanea APS
via Livenza 2 - 00198 Roma

+ 39 06 687 33 90

francescodicocco@archiviocrispolti.it

 

WordPress Lightbox